GIORNO 34: connessione tra emozioni e parole

Il viaggio di Apollo continua inesorabile con dei progressi positivi davvero inaspettati. Il giorno 34 di questo viaggio verso la terra, dal distacco dal suono lunare, voglio dedicarlo ad un dialogo che ho avuto con Apollo e che potrà aiutare certamente tutte le persone che stanno cercando di aiutare “pazienti” che attualmente assumono anti psicotici, anti depressivi, ansiolitici.

In una discussione con Apollo, mi ritrovai ad approfondire meglio, cosa volessero dire le parole da lui pronunciate “mi sento stanco fisicamente”.

Alla domanda “perché ti senti stanco fisicamente?” la risposta fu: “perché voglio andare a dormire”. Era chiaro che in quel momento, Apollo non volesse aggiungere ulteriore stress che stava vivendo in quel preciso istante. Decisi però di fare fare un passo in più perché ritenevo fosse importante iniziare a fargli capire che, quando comunica qualcosa ad una persona, poteva iniziare anche ad usare più terminologie per descrivere il suo stato fisico o psicologico.

Alla risposta “perché voglio dormire” chiesi poi esattamente se si sentisse debole fisicamente, se non avesse forze. Al ché, a questa specifica domanda, Apollo rispose:

“mi sento stanco fisicamente, mi sento debole. Però anche psicologicamente mi sento stanco”.

Iniziava in lui una breccia di auto analisi. Distinguere tra essere “stanco fisicamente” e “stanco psicologicamente”, sono due facce della stessa medaglia (psicosomatica) ma saper iniziare a comunicare in modo diverso, porta diametralmente a risultati diversi.

Se ai più delle persone, questa differenza potrebbe sembrare di poco conto, essendo questi due aspetti complementari, questa differenza nel comunicare il proprio stato d’animo è incontrovertibilmente fondamentale per capire determinati aspetti interiori del paziente.

Un grosso impiccio per questo genere di pazienti che assumono da anni antipsicotici, antidepressivi ed ansiolitici, consiste nel NON riconoscere più cosa è sintomatologia psichica e fisica. Di conseguenza, i termini e le parole usate da queste persone, diventano molto basilari e riconducono ad identiche parole, più emozioni tra loro anche contrastanti nel significato. Esempio:

– quando il paziente dice “ansia”, potrebbe invece voler esprimere “preoccupazione”;
– quando il paziente dice “paura di svenire”, potrebbe invece voler esprimere un vero e proprio problema che sono delle perdite di equilibrio in forte stress;
– quando il paziente dice “mi sento eccitato”, potrebbe invece voler esprimere “paura di essere troppo felice per qualcosa” e se ciò è un bene o un male e comporta magari delle conseguenze…

Dopo anni di psicofarmaci, un vero e proprio dramma prende piede quando il paziente, si ritrova a che fare con professionisti che interpretano alla lettera la comunicazione di questi pazienti. Quando poi si tenta di andare in profondità per sincerarsi di ciò che vuole esprimere il paziente, inizia una comunicazione tra professionista e paziente del tutto “viziata” da condizionamenti reciproci nel dialogo stesso.

Personalmente ho constato sul campo, che i migliori risultati si ottengono con… il silenzio. A domanda, segue una risposta. Alla risposta, dovrebbe poi seguire un’altra domanda, per procedere, da una qualsiasi delle due parti. Ma se tra una domanda e l’altra permettiamo al “paziente” di ascoltare il silenzio, di ascoltare le proprie e le nostre pause, nascono dei dialoghi nuovi. Spesso totalmente differenti nel significato dei concetti che di primo impatto si volevano esprimere.

Ognuno di noi dialoga continuamente con una propria voce interiore. Se tu stesso provi a NON pensare per più di 10 secondi, ti accorgerai di quanta fatica fai a NON pensare.

E’ quindi importante dialogare a tu per tu considerando nel proprio interlocutore, quali siano le pause e i silenzi necessari per dar modo alla coscienza (o all’incoscienza) degli interlocutori di “emergere fuori” con parole autentiche.

Per fare questo serve tempo e il tempo, al giorno d’oggi, è merce rara. E comunque, facciamolo con il sorriso. Facciamolo con leggerezza. Facciamo sorridere gli occhi quando parliamo, se sentiamo di farlo. Prendiamoci anche in giro, usiamo l’auto ironia senza però essere banali. Sforziamoci di parlare delle nostre paure e delle nostre angosce pensando che “un problema” è tale fin quando lo collochiamo su di una linea temporale.

Se da piccolo cadi dalla bici e ti rompi un polso, hai un problema fino a quando non arriva qualcuno che ti dice che potrai guarire. Ma se arriva qualcuno che ti dice “non potrai mai più guarire perché quel polso non ritornerà mai più come prima” allora quel bambino non tenterà più nemmeno di mettere il culo in sella.

La vita è semplice, cerchiamo di non complicarcela più del necessario. Da adulti non è facile, ma ci si può provare.

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