GIORNO 246: ecco perché in realtà potresti trovare sempre il lavoro dei tuoi sogni

 

Non posso argomentare a lungo questo articolo, riferendomi nell’ambito di persone con disabilità fisiche e psichiche importanti perché meriterebbe una storia a parte, ma fondamentalmente l’approccio non cambia, che tu sia nato senza braccia o gambe o piuttosto con estreme difficoltà di comunicazione con il mondo esterno o a causa di diagnosi di patologie mentali.

Perché?

JOHN FORBES NASH: matematico ed economista con un passato segnato da una diagnosi di schizofrenia (link al video)

NICK VUJICIC: la storia di uomo nato senza gambe e braccia (link al video)

FRIDA KAHLO: sottoposta a 30 operazioni chirurgiche con alle spalle storie di violenza e affetta da spina bifida (link all’articolo)

HENRI DE TOULOUSE-LAUTREC: pittore affetto a 10 anni da picnodisostosi, ovvero deformazione ossea congenita (link all’articolo)

LUDWIG VAN BEETHOVEN: divenne gradualmente sordo, affetto da ipocusia, tentò il suicidio (link all’articolo)

MADELINE STUART: modella con sindrome di Down (link all’articolo)

MICHEL PETRUCCIANI: affetto dalla nascita da osteogenesi, malattia genetica che rende le ossa fragili come il cristallo (link all’articolo)

 

La capacità dell’uomo e della donna di auto-manipolarsi è incredibile. Tuttavia è possibile riconoscere quando ci stiamo auto-manipolando. Puoi riconoscerlo con l’esperienza, o più velocemente, relazionandoti con qualcuno che ti faccia vedere.

Questa premessa è fondamentale, riguardo l’auto-manipolazione di noi stessi. Non esiste un essere umano sulla faccia di questa terra che più e più volte abbia reiterato nell’auto-manipolazione ossia dell’incapacità di riconoscere quali sono effettivamente i propri limiti e quali siano le proprie reali capacità dovute a false credenze dettate da fallimenti e al tempo stesso da aspettative future di un tempo che deve ancora arrivare.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Sono d’accordissimo. Si può interpretare la costituzione? Si deve, non si può. Tranne i valori che rappresentano. I valori non sono interpretabili. Possono essere diversi tra loro. Ma o tieni fede a certi valori oppure no. E’ compito della Repubblica? ma chi è e che cosa è la Repubblica?

Siamo tutti noi, dal primo all’ultimo e se per caso ti stessi chiedendo perché non trovi lavoro a causa della crisi, forse dovresti prima chiederti che cosa rappresenta per te il significato della parola “lavoro”.

C’è chi fa un’infanzia felice, un adolescenza non troppo travagliata, ha delle aspirazioni da giovane uomo/donna, le realizza, arriva alle fine dei propri giorni senza alcun rimpianto.

C’è chi appena nasce, gli arriva tra capo e collo una disgrazia che gli fa saltare a piè pari infanzia, adolescenza, e mi fermo qua.

Ora prova a pensare un attimo a quando non avevi più di 14 anni. Che tu sia nato “sfigato” o “agevolato”, qual’era il tuo concetto della parola “lavoro”? Prova a risponderti…

E adesso supponiamo che tu abbia passato abbondantemente o non, i fatidici 20 anni, com’è cambiato il tuo concetto e il tuo significato della parola “lavoro”?

Ti porto la mia storia. Io non volevo assolutamente concludere le superiori indirizzo ragioneria. Mi sono fermato all’inizio del 3° anno. Avevo un tetto sopra la testa, un papà impiegato perito tessile, una mamma casalinga ex segretaria in un mobilificio e un fratello. Non si faceva certo la fame. Avevo poi un nonno giardiniere scampato alla 2° guerra, un altro nonno idem scampato alla guerra divenuto poi mobiliere facendo la classica gavetta.

Mi ricordo però che in adolescenza, l’unica cosa “costosa” che mi regalarono, fu un motorino, una bicicletta e il commodore 64 per fare qualche giochino. Le vacanze per due settimane d’estate a Bibione e a Natale un paio di vestiti. Durante l’anno nada. Si aspettava il Natale e le due settimane di ferragosto come la manna dal cielo. Per il resto arrangiarsi e via.

I miei investirono su di me nello studio, per la ragioneria. Collegio privato con retta a pagamento. Potevano permetterselo essendo i classici brianzoli che mettevano via e mettevano via e mettevano via in ottica futura 30ennale (minimo) per il futuro benessere di noi figli. Hanno condotto una vita molto umile. La casa l’hanno tirata su con i risparmi di una vita aiutando e con l’aiuto dei loro genitori, altrettanto non benestanti di eredità in quanto fuggiti da fascisti in Svizzera nel dopoguerra.

Insomma gente che si era fatta un culo quadro e che da piccoli sapevano la differenza tra avere un pezzo di pane o gelare d’inverno perché mancava la legna in quel camino che ancora esiste in garage.

Genitori e nonni sono appunto venuti su con una visione del risparmio, dell’accantonare e del mettere via per i figli.

Ma io niente. Ero veramente una gran testa di cazzo. Primo anno di ragioneria andavo pure bene a voti. Fine secondo anno la sufficienza sindacale. Inizio terzo anno ci voleva un esorcista per farmi fare i compiti.

Alle medie invece non me la cavavo male. Mi piaceva scienze oppure geometria o artistica. Buttare e tracciare delle linee su di un foglio bianco. Dare forma a qualcosa. Italiano anche non andavo male. Mi piaceva già da allora raccontare. Anzi italiano andavo alla grande, nonostante non mi piacessero le regole della grammatica (e si vede tutt’ora). Alle medie pure musica. Avevo una maestra bellissima tra l’altro, che insegnava chitarra. Quando entrava lei, tutti noi maschi ci arrapavamo ma effettivamente era magnetica per il suo modo di fare. Poi venne sostituita dall’insegnante di flauto dolce e finì che io e il mio compagno di banco, quel flauto lo spaccammo a metà sul banco (me lo ricordo ancora).

Va bè ma… cosa centra tutto questo con il significato di lavoro? Se fai caso, sto facendo un regressione. Scuola superiore… scuola media. L’età in cui si inizia a volere le cose o meglio, a volerle conquistare senza che ce le regali per forza qualcuno.

Non ho ancora idea perché ai tempi delle medie, mi piombò addosso questa passione per i motori. Motori oddio… avevo il Ciao di mia madre. Prima dei 14 anni non si poteva guida il motorino. A 12 mi mettevo addosso 3 giubbotti per sembrare più grande e andavo in strada di nascosto.

A 18 anni non si può guidare la macchina senza patente. A 16 anni ho preso un paio di volte la 500 di mia mamma e l’y10 di mio fratello per qualche manicomiata in campagna.

Insomma a me sta cosa di mettere il culo su qualcosa che si muovesse, che fosse bici, motorino o macchina, mi orgasmava. Poter salire su qualcosa che andasse più veloce delle mie gambe era irresistibile.

Questa passione per i motori e la velocità, si accentuò brutalmente, contemporaneamente ai primi disagi che mio fratello inizio ad avere con la scuola prima e con il lavoro poi. Lui più grande di me di 5 anni.

In quel periodo ricordo che diventai effettivamente un soggetto da galera. Mi ostinavo a mettermi in pericolo di vita e in secondo luogo, ero pericoloso anche per gli altri.

Dimenticavo… un altro regalo che mi fecero i miei per la disperazione, era un 50ino stradale. Un aprilia RS 50. Vennero in sequenza:

  • 3 brutti incidenti in moto. Uno sotto un guard rail. Uno contro un pulmann che svoltava. Uno contro una macchina in piazza Garibaldi. Altre decine di strisciate in terra fortunamente contro nulla.

Poi venne la patente a 18 anni. Vennero in sequenza:

  • ribaltamento per una collisione presa di striscio contro un auto dove non avevo rispettato uno stop, con una bella ventina di metri sottosopra e lamiere del tetto ad un palmo di naso.
  • distruzione totale della y10 di mio fratello in tangenziale picchiando contro un muro sulla Milano-Meda con il rischio di investire contemporaneamente 2 carabinieri che avevano fermato un ubriaco sulla statale, in piena curva, di notte sul bagnato. Ritrovarono il motore della Y10 una 50 ina di metri più avanti. Macchina da mettere sotto la pressa. Ricordo che avevo il volante in mezzo alle palle. Per fortuna a pochi centimetri. In pratica ero più pericoloso io dell’ubriaco che avevano appena fermato.

Non ho ancora capito oggi perché nonostante le decine e decine di verbali tra auto e moto, non mi ritirarono mai la patente, ne sono mai finito in galera. Multe sì… a nastro proprio. Segnalazioni in commissariato ovunque. In 6 città la stradale sapeva mio nome e cognome e tutte le infrazioni fatte.

Insomma ero pericoloso. Adesso ci rido anche sopra, ma se avessi fatto male a qualcuno con la mia cretinaggine, a quest’ora non avrei molto da ridere e non voglio immaginare se mi fossi trovato con la coscienza sulle spalle, la vita di qualcun’altro. Tant’è però che quello era il periodo che sfociò poi per grazia di dio in pista per qualche anno, tra i 18 e i 21 anni.

Ora ci arrivo al lavoro.

A 16 anni, fuggito da ragioneria, il mio sogno era appunto diventare un pilota di moto. Proprio arrivare al motomondiale intendo, mica due garette così, della domenica. Cioè nel mio cervello, la scena era:

“smetto di studiare e voglio fare il pilota di moto”.

Andò proprio così. Divenni pilota di moto. Certo, non divenne una professione in futuro, ma in quegli anni di corse, un contratto ufficiale con team in yamaha dapprima e con Fantic motor poi, lo ottenni. Insomma non è poco. Il primo anno certamente dovetti pagare per iniziare (finanziamento a 18 anni di 12 mila euro per correre) ma poi qualcuno mi scelse per le qualità che avevo e posso quindi dire che, seppur per un brevissimo periodo di poche gare, correvo non più perché avevo portato budget ma perché avevo qualche qualità. Spese zero, se non per l’autostrada e poca roba.

C’erano effettivamente almeno le basi, per poter iniziare il professionismo. Ero nell’ambito del professionismo. Le basi. Il tempo, le opportunità. Mica poco in quell’ambiente.

Già… quel finanziamento. Non è che mi finanziarono i miei. Mi finanziai io. Certo, con garante mio padre. A 18 anni non dovevo pagare un affitto, avevo una casa. Ma ho potuto fare quel finanziamento e trovarmi i soldi per correre perché dopo aver abbandonato ragioneria qualche anno prima, il mese dopo ho iniziato a lavorare. In sostanza se saltavo qualche rata, i miei non me l’avrebbero pagata. Anche se nell’estrema ipotesi, pur di non mettermi nella merda, lo avrebbero estinto loro quel finanziamento. Ma ciò non avvenne mai. Sei anni di rate solo per guadagnarsi un’opportunità senza alcuna garanzia.

Avevo investito su me stesso. Sicuramente agevolato certo, da eventuali ipotetiche coperture. Ma con tutto contro. Da solo.

Tra i 16 e i 17 anni, lavorativamente parlando andò così:

  • apprendista falegname (non centrava nulla con quello che volevo fare, ma mi dava soldi per correre e andava bene)
  • apprendista idraulico nei cantieri (idem)
  • piastrellista a tagliare mattonelle in ginocchio e mischiare malta tutto il giorno (idem)
  • apprendista muratore (idem)
  • agente vodafone in giro a piedi per Milano (idem)
  • volantinaggio

A 18 anni, per i prossimi 20, la svolta: meccanico di moto in 4 officine con intermezzi tra un cambio di azienda dove sono passato dall’allestitore notturno di centri commerciali alle consegne in bici e scooter di quotidiani.

Insomma, a 37 anni qualcosa ho fatto, ma agli inizi, non ho mai considerato il lavoro come una strada da perseguire ma semplicemente un mezzo per arrivare a realizzare alcuni dei miei sogni ed essere felice, nonostante molte cose.

La differenza è tutta qui. Ci sono periodi della vita in cui ti tocca considerare il lavoro come un mezzo per arrivare ad altro, e poi ci sono altri periodi della vita in cui il lavoro che fai è veramente ciò che vuoi fare.

Ci sono anche i periodi in cui le passioni che hai, non hanno minimamente una richiesta effettiva sul mercato in quel determinato periodo storico.

Se desideri ad esempio con tutte le tue forze imparare a diventare il miglior coltivatore di arance e limoni ma poi sul mercato trovi limoni e arance per il 97% dalla Spagna o dal Marocco e il 97% della gente li compra perché costano la metà, sei un attimino fottuto dal punto di vista della competitività.

Il mercato è così. Si evolve. Insieme alla politica (che ricordo è rappresentata da persone) e al significato attribuito alla costituzione attraverso i propri valori. Che sono diversi e differenti per ognuno.

Per alcuni si evolve in peggio, per altri in meglio e non ci puoi fare nulla. Solo adattarti il più in fretta possibile. Ma se di base ti piace lavorare la terra e non in ufficio, devi quanto prima adottare la mentalità che per qualche periodo della tua vita, potresti ritrovarti a fare qualcosa che non ti piace, ma sempre la terra avrai in mente. Ma ti devi adattare.

E quando sento frasi del tipo, parlando in terza persona:

“e ma a lui non piace niente, non ha una vera passione”

“si ma lui è fortunato, aveva i genitori che avevano la stessa passione e facevano la stessa cosa”

“e ma lui è stato avvantaggiato, gli pagavano tutto”

Ma quante cazzate ci stiamo raccontando? Una cosa che posso sicuramente dire nel non farmi auto-manipolare, è proprio quella di raccontarsi palle. Le pochissime persone che mi conoscono, sanno che sono incapace a mentire e quando lo faccio, o divento rosso, o balbetto o non riesco a guardarti negli occhi mentre ti racconto una stronzata.

Perché sì, non sono anch’io oggi immune dall’auto-manipolarmi, ma mi sono allenato un pochettino diciamo a non farlo, specialmente in questi ultimi anni.

Il lavoro si trova. Sempre. In qualsiasi condizione, ma ti peserà tanto più lavorare (e cercare lavoro), quanto più ti dimenticherai il vero motivo per il quale stai lavorando o stai cercando lavoro.

Quand’anche tu riuscissi a pagarti le 1000 scadenze che ti tocca pagare, che cosa ti rimarrebbe oltre al tuo “lavoro”? E cosa succederebbe se per tanti anni sei in continua lotta tra lavorare, pagare, perdere lavoro, trovare lavoro ma poi non ti ricordi nemmeno più perché lo stai facendo?

Ci sono passato anch’io. C’è stato un periodo di quasi 2 anni, che mi sono un pò seduto. Non trovavo il lavoro che da anni portavo avanti. Mi sentivo completamente inadatto ad adattarmi ad altre professioni seppur temporanee (auto-manipolazione). Continuavo a cercarlo ma non lo trovavo. Poi ho iniziato a far finta di cercare lavoro. Poi ho iniziato proprio a non cercarlo più. Poi una persona al mio fianco mi ha detto dove cazzo stavo andando e come mi permettevo di non fare più nulla mentre lei portava a casa uno stipendio. Ha quindi chiuso i “rubinetti della tolleranza” e allora mi sono ripreso trovando lavori temporanei lontanamente anni luce dal meccanico di moto, in attesa poi di trovare risposte.

Dio mio siamo umani… non si possono avere sempre tutte le risposte così come non si possono sempre avere a portata di mano tutte le soluzioni.

Ma una cosa ce la si deve mettere ben ficcata in testa. Ti devi chiedere ogni giorno appena chiudi gli occhi la notte, perché stai facendo quello che stai facendo. Qualunque cosa sia.

Te lo devi chiedere spesso. Molto spesso. Quando smetti di chiedertelo è un problema. Diventa un grosso problema. E quando continui a ripeterti questa domanda all’infinito senza trovare mai una risposta sei sulla strada giusta. Finché ti ritroverai talmente nauseato da farti queste domande che dalla sera alla mattina, prendi una decisione. Eccola la risposta. Prendere un decisione.

Fai buon viaggio stanotte e non aver paura. Qualcuno o qualcosa, ti aiuterà sempre se avrai voglia di essere curioso o curiosa. Come un bambino o una bambina. Che al lavoro, non ci pensa proprio…

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