GIORNO 181: ciao Papà

[Dedicato a tutte le persone che mi sono state a fianco, che lo sono tutt’ora, ed un sentito e sincero grazie di cuore ai medici e agli infermieri del reparto di rianimazione dell’ospedale di E. e della sezione Hospice di M.C. per aver dimostrato una grandissima umanità ed umilità nei confronti dei miei genitori]

I contenuti di questa storia, potrebbero urtare emotivamente il lettore per situazioni vissute o in via di sviluppo in relazione ad un argomento quale il cancro. Avviso prima, data la sensibilità all’argomento.

Papà: 18/02/1949 – 8/02/2018

Mamma: 23/12/1950 – 10/11/2017

Ma avrei potuto iniziare anche con “Ciao Mamma”. Non importa. Ormai è passato un anno da quando siete partiti per altrove. Sapevo che sarebbe successo, che avrei scritto qualcosa da gettare in pasto alla rete. Non l’avevo mai fatto fin d’ora. Una cosa che odio, è ricordare le ricorrenze. Come se per forza ognuno di noi, prima o dopo abbia la necessità di scaricare il proprio dolore con uno scritto, una testimonianza o con un mazzo di fiori davanti ad una tomba.

Parlo per me, preferisco. Io ho già dato. L’ho fatto a mio tempo quando era il momento giusto di farlo. Quindi alla fine di questa storia, spero rimarrai con una piacevole sensazione di leggerezza nel cuore ma per fartela comprendere, devo prima mostrarti cosa ho visto. Per farlo devo aprire davanti a te una porta. La devi varcare e poi non devi voltarti mai. Dobbiamo fare questo patto io te, altrimenti rimarrai con un piede mezzo dentro e mezzo fuori e ti assicuro che sarà peggio.

Alcuni esperti definiscono certe dinamiche comportamentali come “piacere paradossale”, ovvero quando il tuo livello di saturazione di dolore emotivo o fisico satura appunto, si arriva ad un picco di dolore ancora più effimero e ci si può crogiolare con piacere in questo dolore, assumendo atteggiamenti di sfida, vendetta, rivalsa verso se stessi e gli altri.

E si prova piacere nel farlo, appunto. Piacere paradossale.

In realtà ti chiedo di fottertene di queste dinamiche. Sì perché se da una parte esiste veramente il piacere paradossale, in questo caso ti porterò ad un livello superiore. Io ci sono arrivato e ci sono arrivato lasciando andare le cose come dovevano andare.

Adesso io apro questa porta. Se alzi lo sguardo è proprio lì davanti a te. Oltre la soglia farà un po’ caldo ti avviso… qui si salta il purgatorio a piè pari e si scende dritti all’inferno senza passare da Caronte.

Se vuoi fermarti ora, fallo. Se vuoi proseguire, sappi che ne uscirai vivo ma ti conviene correre e tenere gli occhi bene aperti. Io ti precederò per tutto il viaggio.

“mi dispiace… sua mamma ha un tumore maligno al retto. E’ già molto avanzato ed anche i tessuti circostanti all’ano sono intaccati dal tumore. Inoltre abbiamo constatato che ha già il fegato in metastasi, 10cm da una parte, 10cm dall’altra. Dovremo fare una colostomia. In pratica si tratta di recidere in un punto preciso l’intestino e far fuoriuscire all’esterno, sulla pancia, una protuberanza intestinale collegata ad un sacchetto che quando si riempie di feci, potrà cambiarlo. In questo sacchetto sua mamma potrà espellere.”

Se non hai mai sentito parlare di colostomia, forse dovrai rileggere più di una volta le righe sopra. Te la faccio semplice. Cagherai per quanto ti rimane da vivere dentro un sacchetto attaccato col nastro adesivo sulla pancia. L’ano non ti servirà più. Inoltre non potrai decidere tu quando espletare ne quando vorrai sfiatare. Saranno poi cazzi tuoi quando per sbaglio, magari mentre sei a letto, questo sacchetto si staccherà ritrovandoti inondato di merda fino al collo, le lenzuola, il copriletto e il piumone impregnati di feci. Magari tutto questo al risveglio al mattino perché spesso succede di notte che si stacca, specie i primi tempi che non sei pratico.

Non dovrai inoltre preoccuparti quando cambierai il sacchetto perché il foro del tuo nuovo ano artificiale lo potrai ritagliare con le forbicine e non ti impressionare mi raccomando quando togli il sacchetto e vedi le tue interiora a fior di pelle, color rosso porpora. Ti conviene adattarti alla visione perché dovrai farlo una volta al giorno, tutti i giorni, finché ti rimarrà da vivere.

Ah un’altra cosa… quel budello, che affiora, nel tempo si ingrosserà fin quanto un’arancia. Può essere che la misura massima del foro del sacchetto non basti più. In quel caso devi con le forbici, andare oltre i segni tratteggiati.

Pochi giorni dopo mi parlavano di chemio, per via endovenosa. Cicli infiniti di chemio. Ricordo bene quando l’accompagnavo nel reparto per la “terapia”. Ecco… se dovessi descrivere bene il purgatorio, potrebbe identificarsi esattamente come quella saletta d’aspetto. Lì c’erano sedute persone con lo sguardo perso, immerse nei propri pensieri. C’era sempre un silenzio che potevi tagliarlo a fette. Poi quando la chiamavano, la si portava in una saletta con all’interno due comodissime poltrone, con appese la sacca della “terapia” e questo tubicino trasparente, sottile, che finiva in vena per un’ora, lentamente.

E tutte le volte era così. Ospedale, sala d’aspetto purgatorio, poltrona con il tubicino trasparente e l’ago in vena. Porca troia… all’epoca mi chiedevo il senso di tutto quello. Che strano. Da una parte ti dicevano che era necessaria la “terapia” per poter tentare di rallentare il tumore, dall’altra invece pareva che da quella sacca, scendesse goccia a goccia la morte.

Ma tant’è che poi tornata a casa mia mamma dai cicli di chemio, non è che si trovava in ambiente tanto diverso. Dopo tutto iniziavano anche i primi farmaci in pastiglie. Una marea di farmaci. Si arrivò ad un punto tale che sul piano “terapeutico”, potevo contare fino a una dozzina di farmaci tra quelli “da prendere”, tra quelli “al bisogno” e tra quelli consigliati “al di più”. Immaginati poi le tabelline che mio papà ad un certo punto tentava di scrivere su Excel. Mattina, mezzogiorno, sera, notte. Prima o dopo i pasti. Prima o dopo colazione. A metà pomeriggio. A metà mattina. Se senti questo o quello, allora puoi prendere questo. Se però ti succede quest’altro, allora togli mezza di quell’altra al mattino. Prima dei pasti però perché prima la prendevi a stomaco pieno. Per qualsiasi dubbio, puoi chiamare il numero 666.666.666

Mio padre… che ironia la sorte. Dopo un mese dalla diagnosi di mia madre, ricovero d’emergenza per l’ennesimo versamento pleurico. In pratica la pleura per fartela semplice, è una membrana che avvolge i polmoni. Quando questa membrana si riempe d’acqua a causa d’infezioni specie per via di un tumore (pleurico) comprime i polmoni e non respiri più. E’ un po’ come avere 7 persone sdraiate sul tuo torace e se non fai nulla, vai in asfissia.

Quella volta in ospedale, a mio padre gliene tolsero 3 litri e mezzo di acqua dalla pleura. Preso per i capelli d’urgenza. Siringone intercostale e via. Aspirazione diretta toccando ferro di non prendere un’arteria e collassarlo all’istante. In quell’occasione se la cavò, per modo di dire. Non era ancora il suo momento.

Citavo l’ironia appunto. Sai perché? Perché nel corso dei mesi, mio padre e mia madre si ritrovarono anche una settimana assieme in ospedale nella stessa stanza. Lei già in fase terminale, lui conciato malissimo con l’aggravante di cuore, polmoni, diabete.

Ehi! Ci sei ancora? Non ti voltare mai ti ho detto! Quella porta l’abbiamo già varcata e se ti accorgi che puoi andare solo avanti potresti non farcela! Ti ho promesso che dopo questa storia, ne uscirai vivo e avrò anche una sorpresa per te. Non voltarti per nessuna ragione! Seguimi e basta…

Aneddoti… si certo scabrosi. Ma è la vita amico. Se pensi che non avrai mai a che fare con questo devi pensare che potrebbe accadere anche a te o a chi ti è più chiaro. Devi continuare a correre dietro di me amico, perché di aneddoti ti parlerò ora. Ricorda che ti ho portato all’inferno. Non quello descritto da Dante. Non quello descritto dalle “sacre”. E’ quello che ho vissuto. E’ quello che ho visto ed è quello che ho lasciato andare, per comprendere ed arrivare ad altro.

ANEDDOTO PRIMO

Arrivò il giorno in cui l’ambulanza portò via mio padre al pronto soccorso. Ennesimo versamento pleurico. Questa volta drammatico. Ricordo quando arrivando al pronto soccorso, un medico mi fece passare davanti a tutti e mi portò in una saletta da solo e mi chiese di scegliere:

“suo padre è molto grave. Ci sono solo due possibilità. Lasciare stare oppure eseguire una tracheotomia. Però le devo anche dire che potrebbe non parlare mai più e che potrebbe dover rimanere attaccato ad una macchina ausiliaria tutta la vita per poter respirare. Un polmone artificiale in pratica. Che cosa sceglie di fare? Se non eseguiamo la tracheotomia è molto probabile che non ce la faccia”

Cinque secondi… passarono cinque secondi credo prima di rispondere e quando ti dicono che sono interminabili in realtà non lo sono. Sono secondi che viaggiano alla velocità della luce. Quella fu la prima volta che ho vissuto un’esperienza particolare. In quei cinque secondi mi sono passati davanti gli occhi tutta la mia vita con mio padre. Adesso capisco quando si leggono in giro racconti di esperienze di pre-morte. Io ho vissuto queste esperienze più di una volta. Credimi che è successo perché ciò che avviene è quanto: i suoni attorno a te si affievoliscono. Cambia la luce attorno al tuo campo visivo. Vedi in pratica solo la persona che sta parlando davanti a te ma tu ciò che vedi, sono immagini. Immagini e ricordi che sfrecciano davanti ai tuoi occhi ad una velocità impressionante. Piccoli flash anche di molti anni addietro con lui e poi riemergi di colpo, tornando lì:

“Sì, va bene, non ho altra scelta”

Lo intubarono pochi secondi dopo, e alcune ore dopo, arrivò in rianimazione. Ci rimase ben 3 mesi in rianimazione. Morì il giorno dopo che uscì da quel reparto per trasferirlo in una residenza sanitaria assistenziale.

ANEDDOTO SECONDO

Durante la degenza di mio papà in rianimazione, mia mamma nel frattempo decise di sospendere i cicli di chemio. La memoria forse mi inganna perché ho rimosso, ma credo di ricordare che arrivò al 10° ciclo e ne mancavano ancora alcuni da fare. Non proseguì la chemio anche perché non gli trovavano più nemmeno le vene per fare i prelievi delle analisi talmente era magra. Ricordo un 43 kg sulla bilancia. Aveva da tempo iniziato a prendere solo un paio di farmaci a casa contro i 6 o 7 che in teoria doveva assumere più altri ed eventuali “facoltativi”. Si stava avviando per il viaggio. Decise che voleva morire a casa, nel suo letto, perché avrebbe potuto vedere i fiori sul balcone. Capìì che il tempo stringeva per cui mi consigliarono di rivolgermi all’hospice per malati terminali dove in pratica ti danno informazioni utili e pratiche per accompagnare il familiare, nelle medicazioni, nel somministrare anche l’ultimo farmaco. La morfina.

Quando ti prescrivono la morfina, vuol dire che ci siamo. L’ho capito dopo, poi. Beh comunque andò così. Il suo ultimo giorno, dal mattino, iniziava a rantolare con il fiato. Tirò fino alle 18:00 completamente lucida, poi accadde qualcosa.

Lei era a letto, con la schiena appoggiata allo schienale. I suoi occhi iniziarono a tratti divenire poco per volta assenti. Le palpebre poco alla volta, tendevano a scendere, ma aveva sempre gli occhi aperti. Mugugnava qualcosa. Io ero lì a fianco con lei. Le davo morfina ogni tot, a gocce in bocca. Così mi spiegarono e così io feci. Da solo. Non avendo mai visto morire nessuno, feci delle cose assurde. Del tipo che mi alzai dal suo letto e provai a mettermi in piedi al capo opposto. Facendo qualche passettino a lato per capire se potesse seguirmi con lo sguardo e rimasi sbalordito quando, nonostante il suo stato di semi-incoscienza, seguiva i miei movimenti. E allora lì mi resi conto che stavo per perderla. Arrivò l’istinto e l’istinto mi disse di prendere quel mazzo di fiori che gli avevo preso proprio la mattina stessa. Assurdo vero? Presi questi fiori e glieli misi in mano. Lei aveva sempre la testa fissa nel vuoto, ma allungò le mani e prese questi fiori e iniziò a “pulirli” come per staccare le foglie brutte quando si fà per invasare i fiori in un vaso. Continuò a maneggiarli per diversi minuti fino a che non ci furono più segni visibili della sua interazione con me o le cose attorno.

Erano le 18:00. Lei smise di respirare 6 ore dopo a mezzanotte e 10. Furono le 6 ore più incredibili della mia vita. Lei continuava a respirare, molto lentamente. Gli occhi vitrei, bianchi all’insù, con le palpebre calate per metà sugli occhi. Tralascio altri dettagli “organici”, non è necessario. Sai… la colostomia e la morfina poi rilasciano. Non è necessario dettagliare.

Nel suo ultimo quarto d’ora, nel silenzio più totale della notte e della sua stanza, notai come poi ogni singola inspirazione dei polmoni, tardava rispetto quella precedente. L’ultimissimo minuto, ricordo che passarono ben 12 secondi tra un’inspirazione e l’altra finché tutto rimase immobile. Ero in ginocchio di fianco al letto. La baciai sulla fronte e gli dissi ciao Mamma. Arrivarono le lacrime, calde e avevo stampato un sorriso sulla bocca. Dio santo piangevo e ridevo di gioia. 6 ore in cui mi ha mostrato come si fa a morire. 6 ore in cui mi ha mostrato con la dolcezza più naturale di questo mondo, come non aver paura di morire. Questa fu la seconda volta che riprovai le stesse sensazioni come in quel famoso giorno in pronto soccorso dove dovevo decidere con tre parole la vita o la morte di mio padre. Questa volta fu tutto molto più intenso quel flashback. Estremamente più intenso. Durò più a lungo di quei 5 secondi in quel del pronto soccorso. Ma non più di tanto. Realisticamente qualche minuto. Anche perché subito dopo dovevo avvisare le pompe funebri per vestire mia madre. Inoltre c’era Apollo che dormiva in camera sua. Lui non assistette a niente. Ricordo però che alcuni giorni dopo il funerale, mi disse che mi sentì piangere a mezzanotte. Questa era la seconda volta che morivo e rinascevo spiritualmente, per andare avanti. Perché ancora non era finita.

ANEDDOTO TERZO

Sei ancora dietro di me? Siamo quasi fuori dall’inferno sai? Io lo sò perché ho visto come si fa ad uscire. Non aver paura e continua a correre…

Ricapitolando, mia Mamma era morta, feci il funerale insieme ad Apollo e parenti e nel frattempo mio Papà era in rianimazione. Intubato. Ricordo che ci misi ben due settimane prima di dire a mio Papà che la Mamma non c’era più, che avevamo già fatto il funerale e che era già ben piazzata nel loculo, con a fianco già lo spazio per mio Papà. Si perché sulla lastra c’era già lo spazio per il suo nome ma lui era ancora vivo.

Ricordo poi in quelle due settimane di bugie, quanto ero bravo a mentire. Mi chiedeva come sta la Mamma? Eh sai… la chemio. Dicono che deve fare ancora qualche ciclo, tra qualche giorno ha la risonanza mi diranno come va. Lei però era nel loculo ed io ancora mi sentivo addosso l’odore dell’incenso del “purificami o signore”.

C’è da dire che io riporto le frasi di mio Papà con semplicità, ma la realtà dei fatti era un’altra. La sua tracheotomia permanente, il suo tumore pleurico, il cuore al collasso, le trombosi alle gambe, le sue corde vocali praticamente inesistenti e la famosa valvola che viene innestata in gola a tratti al posto della tracheo per tentare di dare un senso e un suono al fiato che usciva, non permettevano a mio Papà di comunicare frasi troppo articolate con il mondo esterno.

Il primo mese di rianimazione praticamente non parlò mai. Il secondo mese di rianimazione, arrivò tramite il valvolino a dire qualche piccola parola. Il terzo mese di rianimazione si era riusciti anche a farlo parlare quanto il tempo di compilare due o tre cartoline come si faceva una volta quando dovevi spedire per posta i saluti a famiglia e amici. Poi si doveva attaccare la macchina. Anche lui povero cristo, non poteva andare sotto una certa soglia di rischio. Si fecero alcuni tentativi di tenerlo lasciato staccato e devo dire che in alcune occasioni, durò anche alcune ore senza macchina ausiliaria. Ma poi niente. Troppo il rischio di far esplodere un cuore già sotto sforzo.

Il resto della comunicazione era più efficace. Sguardi, gesti della mano sinistra, espressioni del volto. In quelle occasioni ho imparato una nuova lingua. La lingua del silenzio. Il silenzio sono parole perché ad ogni pausa, segue comunicazione, verbale e non. Per cui le pause, sottoscrivono o soppesano tutto ciò che hai detto o non hai detto prima o dopo quel silenzio. Aspettare un cenno suo, interpretare, rispondere. Senza le parole. Talvolta con le lacrime. Che però non mi scendevano. Non perché mi erano finite ma perché ancora ero all’inferno. E lì fa caldo, parecchio. Ti si asciugano le lacrime all’inferno, prima ancora che possa maturare il pensiero per piangere.

Una notte, come questa mentre scrivo, avevo pensato di scrivere a mano una lettera. Decisi per lo stampatello maiuscolo, pensando fosse poi più agevole per lui leggere. Mi ero escogitato ogni singola azione che avrei fatto nel momento in cui fossi entrato in reparto per potergli dire che la Mamma era morta. Volevo consegnargli quella lettera scritta a mano.

Tutto andò tranne come avevo pianificato per una notte intera. Dormii forse due ore.

Entrai in reparto e tentai di non farmi vedere da mio padre. Il suo letto era proprio vicino allo stanzino dove siedono gli infermieri accanto a tutti i monitor e aggeggi elettrici vari. Lui mi salutò con le dita e lo sguardo ed io gli accennai un sorriso ed un ciao frettoloso mentre mi infilavo frettolosamente dietro le vetrate trasparenti dello stanzino con gli infermieri.

Ero già fottuto. Mi ero fottuto da solo. Eppure dovevo saperlo che non sono un mentitore seriale. Tranne per quelle due settimane forzate di stronzate che gli raccontavo su cosa non era successo alla Mamma.

Gli infermieri chiamarono per precauzione l’anestesista. Cazzo che ignorante che sono… anche questo non avevo pianificato. Pretendevo di informare mio padre moribondo a letto che la Mamma era morta già da due settimane senza pensare che quella notizia poteva ucciderlo all’istante.

Atra lezione di vita. Senza aforismi o modi di dire. Le parole possono uccidere ma possono al contempo far vivere.

Sentii il gelo dapprima nei piedi e poi le budella torcermi, fino alla bocca che per alcuni istanti rimase paralizzata. Presi coraggio, non so come. Un infermiere mi accompagnò vicino al suo letto e aprì attorno un paravento per dare un minimo di privacy a quell’evento, dato che tutt’attorno, c’erano in stanza altri 6 degenti più morti che vivi.

Che assurdità… reparto rianimazione, con io che stavo per comunicare a mio Papà la morte di Mamma, con il rischio di farmi sentire dai pochi presenti in rianimazione in stato di coscienza o per lo meno vigilanza, con il più totale terrore che avrei potuto uccidere mio padre con un infarto, semplicemente con delle parole.

Parole appunto… perché di quella lettera scritta la notte precedente la tirai fuori e dissi:

“Senti Papà devo farti leggere una cosa”

E gliela posi davanti. Lui guardò distrattamente la lettera ma in un attimo mi disse:

“No non voglio leggere, cosa c’è”

Ed ecco l’aneddoto. Per la terza volta, sono morto e sono rinato spiritualmente. Altri secondi, questa volta pochissimi. Flashback. Immagini che scorrono. Luci sfocate. Ricordi nitidi di lui ed altri meno nitidi. Ricordi della Mamma, pensieri verso Apollo, le vacanze da piccoli, gli occhi di mio padre. Poi riemergo, come dal fondo di un abisso e la propulsione fuori dall’acqua degna del miglior sommergibile sovietico al mondo:

“Papà la Mamma è morta due settimane fa. Scusa se ti ho mentito ma non sapevo come avresti reagito”

L’attimo seguente, mio Papà sgranò letteralmente gli occhi. Non ho mai visto uno sguardo simile in tutta la mia vita. Non ho mai visto in 36 anni gli occhi di mio Papà urlare in quel modo. Mai avrei pensato che gli occhi possono urlare. Ed era assordante… quel poco di labbiale che usciva era il nome di mia Mamma:

“La mia Anna….. la mia Anna”

E gli occhi suoi che la cercavano. Non sapeva più dove guardare. Cristo santo… ho pianto davanti a lui. Sì ho proprio pianto. In silenzio, perché eravamo in rianimazione. E la voce mia era rotta. Rotta perché ho iniziato a piangere, gli dissi testuali parole:

“Papà, se ti è rimasto ancora qualcosa a cui aggrapparti, prova a pensare a me e ad Apollo. Abbiamo ancora bisogno di te”

Andò proprio così. Gli chiedi di resistere quando invece per lui e per la sua sofferenza, era meglio che se ne fosse andato quel giorno in pronto soccorso, 2 mesi prima.

Ma tutto aveva senso. Lui decise di resistere per me e per Apollo perché se mia Mamma mi ha insegnato come si fa a morire, lui mi ha insegnato il significato e il rispetto per la dignità della vita. Di come andrebbe vissuta prima di poter dire ormai è troppo tardi. Di cosa bisogna fare esattamente quando non hai più speranze e di come tirare fuori il coraggio per difendere il diritto al rispetto dei tuoi valori, di ciò in cui credi e di ciò che spesso alcune persone, pretendono di scegliere al posto tuo, magari in buona fede.

 

E adesso caro lettore o lettrice che tu sia, puoi smettere di correre. Se sei arrivato fin qui insieme a me, vuol dire che anche tu non ti sei mai voltato indietro. Quella porta che ti ho fatto varcare all’inizio, era necessario fartela oltrepassare per mostrarti una piccola strada dell’inferno. Un sentiero diciamo.

Adesso però alza pure lo sguardo. Di fronte a te c’è un’altra porta. Io te la apro. Quella è l’uscita. Ma solo tu puoi decidere di uscire da qui. Io ti ho mostrato come fare.

Non posso dirti cosa vedrai tu, oltre questa seconda porta. Io l’ho già oltrepassata. Tre volte. Ti posso assicurare che se lo farai, inizierai a ripensare ad un nuovo concetto di tempo, che è limitato.

Non possiamo scegliere come e quando venire al mondo, ma possiamo decidere cosa lasciare in eredità verso chi incontreremo nel nostro cammino.

Buon viaggio.

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