GIORNO 172: clozapina e sentire le voci

Un uditore di voci può ritrovarsi a udire dalle 2.000 fino anche a 20.000 parole, imposte dalle voci. (dato fornito da testimonianze dirette che raccontano di come alcuni uditori, nelle fasi peggiori, colloquino continuamente con le voci per 12/18 ore consecutivamente. Per colloquiare si intende anche solo un dialogo interno del soggetto che risponde a voci che sente realmente).

Il dato è molto realistico. Per farti capire quanto possa essere invalidante la quotidianità di un uditore, guarda la foto allegata a questo post. Sono esattamente 1000 parole, che riempono il classico foglio A4 che si utilizza per stampare documenti.

Se tu dovessi stampare questo foglio, e leggere tutto di un fiato le frasi scritte, impiegheresti anche meno di 5 minuti per leggere tutto il foglio.

Ma le voci non si comportano in questa maniera ovvero non “scaraventano” 1000 parole tutte di un colpo per poi non farsi più sentire.

Immagina questo: spalma queste 1000 parole udite, in 60 minuti (un’ora). Mediamente l’uditore sentirà circa 16 parole ogni minuto, frasi alle quali l’uditore può NON rispondere oppure RISPONDERE sia vocalmente, sia con un dialogo interno.

Immagina quindi che per un’ora intera, ogni 60 secondi, l’uditore sia costretto a udire e spesso a controbattere e rispondere, ad una frase lunga 16 parole che mediamente, arriva ogni minuto.

Se ipoteticamente una giornata è fatta da 8 ore di sonno (ma spesso anche meno) sarà facile comprendere come dopo 16/18 ore di veglia, un uditore possa arrivare a sentire anche fino a 18.000/20.000 parole al giorno dalle voci.

In altri casi, la quantità e la frequenza delle voci, è nettamente inferiore, anche molto meno della metà. Per fare un esempio, un uditore di voci che sta attraversando un buon periodo emotivo dato da un controllo ed una consapevolezza di questo fenomeno, può arrivare a sentire anche solo 500 parole “spalmate” durante l’arco della giornata. Anche meno.

Va da sè che il parametro “frequenza delle parole udite”, è un riferimento importante dal quale partire per capire indirettamente, il grado di disagio di un uditore di voci.

E’ estremamente importante quindi, attuare delle vere e proprie strategie che mirino in egual modo, a:

– ridurre la frequenza e la quantità delle parole udite ad un livello accettabile per l’utente, in modo tale che la loro frequenza, non impedisca al soggetto di relazionarsi con l’ambiente esterno, le persone e il proprio dialogo interno nel prendere decisioni quotidiane, anche banali, durante la propria routine giornaliera.

– comprendere le sensazioni che si provano quando si sentono le voci. Tali sensazioni posso spaziare anche in sentimenti nettamente contrapposti tra “felicità nel sentire che la voce dice quello che dice” alla “paura o addirittura a sensazioni di terrore” che l’uditore prova nel sentire le frasi delle sue voci.

Arrivare ad un buon compromesso dove “frequenza delle voci sentite” e “gestione delle emozioni provate in rapporto alle voci sentite” è la strada da perseguire per un uditore di voci.

E’ un dato di fatto, in qualunque ambito, che nel momento in cui abbiamo il pieno controllo di noi stessi o delle situazioni che ci accadono, siamo pienamente sicuri di noi stessi.

Nel caso opposto, quando non abbiamo il controllo di qualche cosa, dobbiamo sforzarci per cambiare alcune dinamiche per recuperare sicurezza in noi stessi e affrontare quel qualcosa di diverso che non ci aspettavamo.

Per chi non conosce gli uditori di voci, provi a considerare quanto segue:

– un uditore di voci, può sentire le voci anche mentre parla realmente con un interlocutore di fronte a lui. Dedica quindi parecchie risorse per concentrarsi a non sentirle e seguire la persona di fronte, spesso, non riuscendoci.
– anche i gesti più banali fatti durante il giorno (sbucciare un frutto, intingere un biscotto nel caffè latte, chiudere una porta piuttosto che socchiuderla, e via dicendo) influenzano pesantemente l’uditore in quanto la voce, può giungere nel mentre del gesto che si compie, poco prima o anche dopo il gesto compiuto.

LA MIA VALUTAZIONE SULLA INUTILITA’ DI UN ANTIPSICOTICO ATIPICO COME LA CLOZAPINA

Quando un uditore di voci sente per la prima volta in vita sua una voce, può (non necessariamente) cadere in un barato chiamato letteralmente “TERRORE”.

Non in tutti i casi ma nella maggior parte, le fasi possono snocciolarsi come segue:
1) incredulità di aver sentito una o più voci;
2) consapevolezza di sentirle ed essere totalmente sicuro che non sono allucinazioni;
3) fase di ansia, paura per non trovare una spiegazione in ciò che gli sta succedendo;
4) fase di terrore e perdita del controllo delle proprie emozioni mentre arrivano le voci ed anche mentre non le sente;
4) isolamento totale nei confronti dei famigliari;
5) isolamento totale al di fuori del nucleo famigliare;
6) fase in cui si prova a reagire a quanto dicono le voci in quanto l’uditore le percepisce effettivamente reali. Fase che comprende dire o compiere azioni verso cose o persone che possono anche compromettere l’integrità e la sicurezza sia dell’uditore, sia delle cose o persone alle quali l’uditore si rivolge.

Quando un uditore giunge alla 6° fase, incontra la psichiatria (T.S.O. o T.S.V. a seconda della gravità di pensieri e azioni fatte dall’uditore verso se stesso, verso altre persone o verso oggetti).

Solitamente poi seguono uno o più ricoveri nell’arco dello stesso anno legato all’esordio (esordio inteso come giorno in cui l’uditore viene scoperto a parlare con le voci) fino ad altri ricoveri nei successivi 3/6 anni fino a giungere all’ultimo stadio farmacologico della Clozapina e diagnosi di schizofrenia cronica.

E’ chiaro che in una situazione estremamente delicata dove l’uditore parlando con le voci, minaccia l’integrità di cose o persone è difficile affrontare la situazione in quanto, un familiare può constatare quanto segue:

– l’uditore può solamente minacciare ma senza esser mai passato ai fatti concreti;
– l’uditore può effettivamente spaccare oggetti o minacciare la salute di persone all’interno o all’esterno della famiglia;
– in alcuni casi, può passare dalle ipotesi di mettere in pratica quello che vuole a compierlo;

Cosa faresti tu in una situazione simile non conoscendo minimamente le dinamiche di un uditore di voci come spiegato a inizio post?

Ora parliamoci chiaro… immagina un ragazzotto robusto alto i metro e novanta per 90kg che si avvia verso l’uscio di casa con l’intento di far male a qualcuno ed in una situazione dove in casa magari è presente solamente una mamma o un papà, magari di una certa età. Cosa fai?

– lo placchi e lo butti a terra?
– lo leghi fino a quando si calma?

Sono situazioni estremamente difficili, dolorose e imprevedibili. L’unica ipotesi possibile per placare una situazione d’emergenza simile è sedare pesantemente l’uditore.

Sedazione = impedimento fisico nel compiere azioni deleterie.

Ad oggi vorrei che non si arrivasse mai ad una soluzione così dirompente come l’assunzione di uno psicofarmaco dagli innumerevoli effetti collaterali fisici e psichici per tamponare velocemente e pesantemente certe situazioni ma la realtà dei fatti è purtroppo questa, in molte, moltissime famiglie alle prese con questi esordi.

E’ giusto? E’ sbagliato? Non posso darmi una risposta ora che siamo ai posteri. Probabilmente se avessi avuto moltissimi anni fa le conoscenze e l’esperienza che ho adesso con gli uditori di voci, posso giurare su quanto mi è rimasto di più caro nella mia vita, che non ci sarebbe stato nemmeno il famoso “esordio psicotico acuto” inteso come esordio nel quale l’uditore minaccia (o compie) azioni pericolose per gli altri o se stesso.

Quindi cosa ne penso? E’ utile sedare un paziente con psicofarmaci in situazioni simili?

SI’ E’ UTILE, LO DEVO AMMETTERE. MA E’ UNA PRASSI QUESTA CHE SERVE UNICAMENTE A COPRIRE UN UNICA VERITA’.
IN PRIMO LUOGO, UNA TOTALE IGNORANZA ED INESPERIENZA DI PROFESSIONISTI E O.S.S. RIGUARDO GLI UDITORI DI VOCI ED IN SECONDO LUOGO CHE LA SEDAZIONE IN QUESTI SPECIFICI CASI, NON E’ UNA STAMPELLA, COSI’ COME MOLTISSIMI PROFESSIONISTI DEFINISCONO GLI PSICOFARMACI MA SONO UNA VERA E PROPRIA COPERTA O FORSE, UN VELO PIETOSO.

Una coperta che serve nell’immediato per risolvere una situazione di pericolo che ben molto prima, poteva essere evitata.

Ad oggi ho esperienze significative vissute in prima persona per poter dire che è possibile evitare (con la prevenzione) l’uso di sostanze pesantemente sedative in uditori di voci prima che essi arrivino ad un loro drammatico esordio così come è stato descritto in questo articolo.

Men che meno è necessario l’utilizzo di antipsicotici con posologie cosiddette di “mantenimento” dopo uno o più esordi acuti, sempre come nelle situazioni descritte in questo testo.

PREVENZIONE E CONOSCENZA, SONO LE PAROLE CHE EVITERANNO TERAPIE FARMACOLOGICHE ERRATE.

Ma errate in riferimento a che cosa?

Se in fase di anamnesi, lo specialista raffronterà i dati raccolti dall’utente e dai familiari riferendosi in seguito ad un modello di raffronto ben preciso che definisce cosa è schizofrenia e cosa non lo è, la diagnosi che ne risulterà sarà molto probabilmente congruente alla terapia psicoterapeutica e farmacologica prevista.

Lo specialista quindi, insisterà, difenderà e valorizzerà l’affermare che se una persona dice, pensa, compie determinate cose, e queste parole, pensieri e azioni raggiungono un “punteggio” che determina la diagnosi di schizofrenia, la persona in oggetto sarà certificata schizofrenica avendo raccolto dati sufficienti dall’anamnesi grazie anche ad esami obiettivi.

In fase di anamnesi quindi, si raccolgono informazioni che dovranno poi essere messe a confronto con un modello, un riferimento per poter procedere verso un preciso percorso psicoterapeutico e farmacologico.

Il problema è che il modello al quale si fa riferimento, adotta poi in risposta strategie e percorsi NON ALEATORI O SOGGETTIVI MA SCIENTIFICI per far sì che un professionista, possa essere in grado di fare quanto gli è possibile in scienza e coscienza, per migliorare la qualità di vita dell’uditore schizofrenico.

E tale modello prevede:
– cosa è schizofrenico e cosa non lo è;
– quali percorsi psicoterapeutici di conseguenza adottare;
– quale terapia farmacologica di conseguenza adottare;

Ufficialmente non si può guarire dalla schizofrenia. E’ esatto! Mai affermazione è stata più coerente e veritiera, basandosi su di un modello che ha caratteristiche e strategie ben precise da attuare post diagnosi.

E come tutte le strategie farmacologiche (e psicoterapeutiche) ci sono spesso delle conseguenze che aggiungono ulteriore invalidità, sia fisica, sia psicologica.

Lo si chiama compromesso? Compromesso tra migliorare qualcosa da una parte e perdere qualcosa da un’altra?

Ma chi ha deciso che questo compromesso, sia giusto?

Chi o che cosa o in che ambito è stato deciso il peso di questo compromesso?

Lo decidono i test clinici delle case farmaceutiche il peso di questo compromesso?

Lo decidono dei test clinici il significato de “il paziente ha migliorato la qualità della propria vita?”

Lo decide lo specialista che ha preso in carico una persona definire su che cosa basarsi per poter dire “ha migliorato la qualità della vita?”

Risultati di test clinici su di un campione numerico di persone molto limitato rispetto alla popolazione mondiale, differente per età, condizioni di salute, esperienze di vita passate, estrazione sociale e innumerevoli altri fattori, rappresentano veramente un riferimento scientifico che non può essere contraddetto e confutato?

Una delle tante risposte in forma di prevenzione al modello attuale di schizofrenia, può essere questo:

PRENDETE UN UDITORE DI VOCI E SPIEGATEGLI CHE IL SUO SENTIRE, E’ UN TALENTO DA DOMARE. NON SI AMMALERA’ MAI.PRENDETE UN UDITORE DI VOCI E DITEGLI CHE HA UNA PATOLOGIA INGUARIBILE. FARA’ DI TUTTO PER COMPORTARSI E SENTIRSI MALATO. NON GUARIRA’ MAI.

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