GIORNO 115: le voci iniziano a svelare emozioni precise ad eventi del passato

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Oggi 4 Dicembre 2018, riprendo la storytelling per un importante aggiornamento riguardo Apollo. Le sue voci, già da tempo palesemente manifestate negli anni negli argomenti e nelle parole, oggi iniziano pian piano a smascherarsi.

C’è sempre un collegamento esatto e inconfutabile tra ciò che dicono le voci, ed eventi del passato. Eventi che possono essere stati traumi emotivi od anche più semplicemente, un mancato confronto con coetanei o familiari riguardo a fatti vissuti ma che non sono mai stati espressi da un uditore (rimuginare ad esempio se ciò che è stato fatto, era una cosa grave, piuttosto che una goliardia, piuttosto che qualcosa di normale per quell’età).

Se in un primo momento, può essere facile affermare che le voci arrivano da traumi o insicurezze del passato, non è altrettanto facile individuare quali siano stati esattamente quei traumi. Non è nemmeno detto che, una volta individuato nel passato di una persona una o più specifiche situazioni traumatiche, esse siano per forza collegate strettamente con un tipo di voce o un argomento che la voce stessa va interagire con l’uditore.

Quando si parla di trauma, si parla di emozione. Questi due aspetti, sono interconnessi tra loro. Ma ciò che per una persona può rivelarsi trauma per un’azione fatta o subita nel passato, può non esserlo specificatamente per un’altra persona, pur avendo vissuto la medesima identica situazione.

Perché non lo è? Perché quando facciamo qualcosa di nuovo nella nostra vita, che sia bella, brutta, che sia piacevole o spiacevole, che arrechi o non arrechi danno a qualcuno, ci confrontiamo ai posteri con un modello. D’altronde, come puoi capire se stai facendo una cosa giusta o sbagliata per te? Oppure, come puoi capire se una cosa che hai fatto o subìto nel passato, è qualcosa che porterà per sempre delle conseguenze spiacevoli nella tua vita oppure no?

Ti devi per forza appoggiare ad un modello, ad un esempio, a qualcuno che magari ha già vissuto quelle tue esperienze. Questo modello con il quale ti confronti, può darti semplicemente poche risposte:

  • Sì, hai sbagliato, hai fatto una cazzata. Non lo fare più perché se gli altri fanno così, diventerai così. Peggio ancora, se hai fatto quello che hai fatto, hai dei problemi, sei sbagliato, io non ti ho insegnato così.

Oppure:

  • Sì, hai sbagliato, hai fatto una cazzata, ma in fondo era l’unico modo per capire se questa cosa ti piace farla ancora oppure no. Se ricapiterà, deciderai se è giusto o non giusto farla, senza problemi. Fai esperienza e poi decidi tu se quella cosa che fai, ti fa star bene o male.

Oppure:

  • Non hai fatto alcuna cazzata. Se in quel momento ti andava di fare così è perché stavi vivendo quei momenti minuto per minuto. E’ forse un crimine comportarsi diversamente da tutti quelli che non fanno certe cose solo perché dicono che sia sbagliato?

Com’è evidente, questi 3 modelli reattivi, in riferimento ad un’esperienza vissuta, hanno pesi e giudizi differenti.

Cosa succederebbe se l’unico modello che ti venisse prospettato come giusto, fosse solo ed unicamente il primo? E se questo modello di pensiero provenisse solo ed unicamente da un unico punto di riferimento?

Succede che accumuli esperienze su esperienze senza poter ricevere più di un’opinione su quello che hai fatto o che ti è successo e se ricevi unicamente quel modello di perfezione, del “non è etico”, “non è morale”, “gli altri non sono…”, “cosa ti passa per la testa”, finisci in psichiatria e puoi non uscirne più per anni, perché nonostante ti ritrovi poi a che fare con persone che vogliono aiutarti, ancora ci si ostina a riproporre modelli ed esempi con l’intento di aiutare quella persona senza mai capire effettivamente che non esiste un modello giusto e perfetto nè nell’aiutare gli altri, né nel risolvere i problemi degli altri.

Oggi ripropongo ai lettori di questo blog, uno degli ultimi dialoghi tra me e Apollo, parlando di alcune delle sue voci:

APOLLO: mi dicono che la morfina è eccitante, non è ne analgesica, ne narcotica.

IO: ma tu sai il significato esatto di questi tre termini? prova a spiegarmeli.

APOLLO: sì sono andato a cercarli anche sul dizionario e gliel’ho detto alle voci (N.D.R. Apollo spiega esattamente e precisamente il significato dei tre termini)

IO: (N.D.R. pausa… non dico nulla… attendo che Apollo riprenda la discussione)

APOLLO: non è che mi dicono che la morfina è eccitante anziché narcotica perché vogliono dirmi in realtà che sono un alcolizzato? Sai no? Uno che è alcolizzato è eccitato.

IO: ma tu ti senti più un alcolizzato o un morfinomane?

APOLLO: no io gli spiego alle voci che sono più un alcolizzato, la morfina non l’ho mai provata per cui è inutile che mi dicono di provarla perché sò bene la differenza tra analgesico o eccitante.

IO: ma secondo te chi è una persona alcolizzata?

APOLLO: eh… un alcolizzato è uno che si beve un litro e mezzo di vino tutti i giorni.

IO: ok, ma tu ti bevi un litro e mezzo di vino tutti i giorni?

APOLLO: no assolutamente no, e allora perché poi mi dicono che se non sono un morfinomane, sono un alcolizzato?

IO: se vuoi ti spiego io cosa fa un alcolizzato (N.D.R. qui gli faccio degli esempi pratici di situazioni dove una persona è dipendente dall’alcool e che senza alcool, la sua situazione sociale e relazionale è totalmente compromessa, esempi nell’ambito di una vera patologia quale l’alcolismo cronico).

A questo punto, come già Apollo nel passato mi aveva raccontato delle sue uscite con gli amici al pub quando aveva tra i 15 e 18 anni, gli chiedo di raccontarmi nuovamente cosa faceva con i suoi amici, quanto beveva la sera nei pub, e come si sentiva quando lo faceva.

Premesso che Apollo non ha mai avuto assolutamente alcun problema di alcolismo, se per alcolismo intendiamo affrontare qualsiasi situazione della vita grazie all’aiuto dell’alcool per disinibirsi o affrontare le situazioni.

Il modello originario, prevedeva che se si va la sera al pub con gli amici, una volta la settimana, a 16 anni, per farsi una media, o qualcosa di più, significa essere dei pochi di buono. Quel modello prevedeva che se vai al pub, bevi, e diventi brillo con gli amici, sei automaticamente un disgraziato, una persona che non ha testa. Si deve andare al pub senza esagerare, senza per forza stortarsi.

Ora… parliamoci chiaro. Alzi la mano chi di noi, nei primi anni dell’adolescenza e con le prime esperienze nei locali, non usciva appositamente per disinibirsi con un bel boccale di birra? E magari anche due? Poi le eccezioni ci sono sempre, c’è chi è astemio. Ciò vuol dire che chi non è astemio è sbagliato?

Un conto è andare nei pub con l’intenzione apposita di trascinarsi a fine serata verso casa al limite del coma etilico, un altro conto è andare al pub per farsi qualche birretta con gli amici e magari “stortarsi” quel giusto che basta per passare una serata più “accesa” del solito…

Ma cosa succede se in una di queste serate passi il limite? Può capitare giusto? Può capitare che una sera magari esageri al punto tale da avere dei balordoni da essere portato a casa in macchina o a piedi? Quella famosa sbornia “indimenticabile”… Quella pazzia esagerata che molti di noi, ormai adulti, ricordano con gli amici di infanzia tra grandi risate e nostalgia.

Può capitare eccome! E non è un crimine. A meno che sali in macchina e ammazzi qualcuno, allora sì, quella è incoscienza. Oppure se sali in macchina che non sai nemmeno prendere in mano il volante e deliberatamente vai verso casa, allora sì, sei al pari di un criminale. Non stò giustificando i colpi di testa, specie se possono rovinare la vita di altre persone ma… ci siamo capiti no?

Ma se hai come unico modello di confronto “la perfezione” o il “non superare mai il limite”, quel singolo episodio sopra le righe può diventare un vero e proprio trauma, tra l’altro che può non essere mai raccontato per anni, ne agli amici, ne alla famiglia.

Puoi magari aver esagerato una sera con i tuoi amici perché quella sera volevi sfogarti e magari i tuoi amici invece sono rimasti sobrii e tu quella sera eri l’unico “storto” della compagnia. Cosa succede se il giorno dopo magari quegli amici ti hanno preso in giro perché eri l’unico pirla ad aver alzato il gomito? Come potresti sentirti? Alcuni ci avrebbero riso sopra, altre persone più sensibile, potrebbero sentirsi sbagliate o irrimediabilmente etichettate come persona sbagliata e fuori di testa. L’autoironia, salva spesso la vita. E se uno non ce l’ha? Non la conosce nemmeno?

Ristrutturare un modello di vita, scalzare pregiudizi, riconsiderare all’opposto, ciò che le persone più importanti della tua vita ti avevano detto fosse sbagliato quando invece poteva essere l’esperienza più genuina e intensa della tua esistenza.

Costa fatica fare questo percorso, si impiega tempo, ci si mette a nudo.

Quando oggi Apollo ha preso veramente coscienza che il suo vissuto da “pubbaiolo” non era poi così sbagliato (nè criminale), sono emersi altri interessanti spunti, legati alla voce della morfina, che spesso si lega anche alle voci del “sei un drogato?” o “sei uno spacciatore?”.

Apollo di sua spontanea volontà ha iniziato a parlarmi specificatamente anche di queste voci:

APOLLO: ma non è che quando mi chiedono se sono un drogato è perché una volta sono andato in un campo pieno di papaveri, ho preso i petali e le foglie e mi ero fatto in casa una tisana per vedere cosa succedeva?

IO: vedi Apollo… a tutte le tue voci c’è una precisa motivazione. Spesso però non ti sono chiari i motivi di queste motivazioni, del perché di queste precise parole. Però vedi, lo hai appena fatto. Mi hai appena detto tu stesso che la voce legata alla droga, può essere per quell’evento che mi hai appena raccontato. Magari in quel periodo eri già sotto stress per altre cose e la storia della tisana, potrebbe essere un ennesimo tentativo per capire se ciò che stavi vivendo, fosse giusto o sbagliato. Magari dopo che ti eri sentito un alcolizzato, quando non era assolutamente vero, ti sei sentito in dovere di provare altri esperienze per capire se il tuo voler “andare fuori”, fosse qualcosa di giusto o sbagliato, di grave o non grave per chi ti era vicino.

APOLLO: (N.D.R. Apollo sorride. I suoi occhi un attimo prima sbarrati e accesi di enfasi, si distendono. Smette di parlare. Continua a sorridere.)

IO: (N.D.R. lo guardo, silenzio…)

APOLLO: ah ma quindi non sono un alcolizzato allora e nemmeno un drogato. Io pensavo di essere alcolizzato…

E’ solo da Febbraio 2018 ad oggi che io e Apollo stiamo affrontando le sue voci in questa maniera. Oggi ci sono altre condizioni per farlo. Prima, ci sono addietro oltre 20 anni di approcci fallimentari. Totalmente fallimentari. In primis, considerare le voci unicamente una patologia mentale da sopprimere, mitigare, con le quali convivere.

Ma si può convivere con delle voci se prima non si dà nemmeno all’uditore la possibilità di esprimersi? E se si interviene farmacologicamente con tutti i mezzi possibili per tentare di rendere “meno potenti” queste voci, come si può permettere all’uditore di comprenderle a fondo e ad affrontarle?

La discussione con Apollo sulle voci per oggi finisce qui. Grandi progressi. Riassumendo, posso senz’altro constatare questo:

  • non puoi cercare una breccia nel senso delle voci di un uditore di voci, se non normalizzi la sua esperienza parlandone con lui. Puoi per anni cercare un nesso tra voce e trauma, ma il nesso potrà solamente fartelo capire l’uditore stesso. Noi possiamo collegare tanti pezzetti del puzzle ma non possiamo ricollegare a questi pezzetti, le emozioni che ha provato l’uditore di voci. Possiamo supporle le loro emozioni perché le emozioni sono intime, sono personali. Possono solo essere raccontate. Se le interpreti, baserai quest’ ultime sempre su un tuo modello di giusto o sbagliato e non è detto che il tuo modello di giusto o sbagliato, corrisponda a quello dell’altra persona.
  • l’uditore di voci deve poter parlare e deve essergli data la possibilità di farlo fidandosi del proprio interlocutore. Significa dare per veritiera anche la cosa più assurda e delirante che ti viene detta da un uditore ma che per lui, corrisponde alla sua realtà e alla sua quotidianità delle cose. Sminuirle o dirgli che le sue “sensazioni” sono sbagliate o non veritiere, equivale a sbattergli la porta in faccia.
  • quando l’uditore di voci, come in questo caso, ha una presa reale di coscienza sul perché queste voci dicono determinate cose, ha un effetto totalmente tranquillizzante e rassicurante per lui. All’uditore permette di aprirsi e di dirti ulteriori dettagli che magari un mese prima non ti aveva detto. Negare questo tipo di approccio con l’uditore, equivale a sedersi ad un tavolo a tu per tu, parlare e non dirsi nulla. Anche perché l’uditore mente. Mente spudoratamente quando non si fida di una persona. Potresti parlare con lui centinaia di ore senza trovare nulla di nuovo nei suoi discorsi se lui non si fida di te e il rischio è di arrivare ad una sola ed unica conclusione: sei patologico, non guarirai mai, puoi solo assumere farmaci per conviverci. La psicoterapia è inefficace. Il tuo è uno squilibrio chimico in alcune precise aree del cervello che vanno controbilanciate con molecole.

Diresti mai ad una persona alla quale hanno appena diagnosticato il cancro:

“non guarirai mai, sei spacciato, l’unica cosa che possiamo fare è la chemio”

oppure sarebbe meglio incoraggiarlo e dirgli:

“possiamo valutare qualsiasi alternativa che possa farti vivere meglio con le tue condizioni di salute”

Non è prendersi in giro, non è confondere fischi per fiaschi. E’ semplicemente dare una possibilità in più. Mettere in dubbio tutte le proprie conoscenze per mettere sempre al centro la persona che è in difficoltà.

Trovo veramente arrogante e fuori luogo stabilire e imporre un unico modo di vedere le cose, quand’anche spesso, non siamo nemmeno capaci di aiutare noi stessi.

Ai prossimi giorni, o settimane, o mesi…

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